giovedì 23 settembre 2010

Pakistan, la geografia del disastro

Pakistan continues to endure the worst flooding in its history and many towns and villages are still being evacuated as the floodwaters move downstream through Sindh and eventually into the Arabian Sea. As of August 23rd, over 20 million people have been affected of whom more than four million are homeless, and in excess of eight million are in urgent need of humanitarian aid. Recovering from a natural disaster of this magnitude will take many years and billions of dollars.

The effects of the flood extend beyond the humanitarian. Parts of the country such as the Swat valley, recently recovering from military operations in 2009 aimed at ending Taliban domination of the area, have been utterly destroyed in the flooding. Much of the army’s counterinsurgency effort in the area has been undone and the local population, which had only recently resettled after fleeing the fighting, has been displaced a second time. Some charitable organizations with ties to terrorist groups have also taken advantage of the government’s slow response to the crisis by attempting to fill the governance gap and extend their grassroots support. Groups like Jamaat-ud-Dawa (JuD), widely believed to be a front for Lashkar-e-Taiba (LeT), and operating under a new alias, Falah-e-Insaniat (FeI), have established camps across the flooded areas and are providing humanitarian aid to people who have, in many cases, yet to be reached by government authorities.

CTP has produced several maps and charts tracking the floods and its effects across the country to illustrate the magnitude of the disaster, its ramifications on the population and the fight against militant Islamist groups, and to follow the international aid response to the crisis. Maps tracking the severity of the flooding by district and the known locations of JuD/FeI camps across the country are among the data included.

·      I. Map of flooding extent and Flood-affected districts by severity 
·      II. Numbers of people affected and damage caused
·      III. Satellite Imagery of Flood Effects
·      IV. Known Locations of of Aid Camps run by Jamaat-ud-Dawa/Falah-e-Insaniat
·      V. international aid reposnse to-date
·      VI. Pakistan's current aid requirements

 

Map of flooding  Extent and flood-affected districts by severity


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Numbers of people affected and damage caused

 

 

Satellite imagery of Flood Effects

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known locations of aid camps run by Jamaat-ud-Dawa/Falah-e-Insaniat


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Note: This does not represent an exhaustive list of camps. Falah-e-Insaniat claims to run over 150 camps across the flood affected areas including Sindh, but no central list is provided. The above represents only those locations that could be independently confirmed and will be updated as more information becomes available.

 

international aid response to-date


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Note: Figures reflect data reported by the UN OCHA. Figures reported do not necessarily reflect latest totals as there is a lag time between when additional aid is announced and when it is accounted for by the UN OCHA.

 

Pakistan's current aid requirements

Catastrofe Iraq

23/09/2010

Original Version: Iraq: The forgotten ‘nakba’ 

A differenza della ‘nakba’ palestinese del 1948, la catastrofe irachena si è manifestata in un momento di totale egemonia americana, quando la maggior parte dei regimi arabi erano sostenuti dagli Stati Uniti, o tentavano di essere concilianti nei confronti di Washington per non attirarsi la sua collera; se i paesi arabi non reagiranno alla ‘nakba’ irachena, vorrà dire che gli Stati Uniti avranno raggiunto uno degli scopi della guerra, quello cioè di indebolire la solidarietà panaraba – scrive l’analista Lamis Andoni

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L’invasione americana dell’Iraq ha segnato un punto di svolta importantissimo per il mondo arabo, mentre il recente parziale ritiro americano ha suscitato un interesse particolarmente scarso nella regione. Ciò è in parte dovuto al fatto che questo evento non ha segnato la fine inequivocabile dell’occupazione né una continuazione esplicita del controllo militare americano. Tuttavia, il silenzio riflette anche l’amara realtà che molti si sono semplicemente ‘desintonizzati’ dall’Iraq.

Al momento della caduta di Baghdad nel 2003, si fecero paragoni tra questo avvenimento e la perdita della Palestina e l’espropriazione della popolazione palestinese nel 1948. Sebbene l’invasione americana non abbia portato – e nemmeno mirava – a colonizzare il paese, a cambiarne il nome o a radere al suolo le sue città e i suoi villaggi, è tuttavia riuscita a cancellare quello che un tempo era uno stato potente dal panorama politico regionale e, in questo modo, a indebolire il mondo arabo. Questa situazione ha contribuito a galvanizzare Israele e l’Iran, e ha inflitto un duro colpo al panarabismo.

Sia a livello ufficiale che popolare, gli arabi non sono riusciti a rapportarsi con, né a sostenere la popolazione irachena.

Subito dopo l’invasione, i governi arabi apparvero confusi. Alcuni giocarono inizialmente con il sentimento popolare, e dimostrarono di voler boicottare il nuovo governo insediatosi con il sostegno americano. Infine si piegarono alle pressioni americane.

L’Iraq, un paese che un tempo aveva contribuito a sostenerne altri, improvvisamente diveniva un peso economico per i propri vicini, nel momento in cui centinaia di migliaia di profughi fuggirono in Siria e Giordania. Baghdad perse il proprio status di centro dell’istruzione e della cultura per gli intellettuali, gli artisti, i poeti e i romanzieri arabi.

Questo cambiamento drastico di status portò molti iracheni a sentirsi come coloro che, un tempo ricchi, hanno perso la loro fortuna, e insieme ad essa anche i loro amici e la famiglia.

Parallelismi con la Palestina

Anche la resistenza irachena ha ricevuto scarso sostegno, e poche persone hanno apprezzato il fatto che essa abbia sventato, o almeno ritardato, ulteriori guerre nella regione. Questo punto non è sfuggito a Bill Clinton, l’ex presidente degli Stati Uniti, il quale riconobbe nel 2006 che, se non fosse stato per il fatto che l’esercito americano era impegnato in Iraq, esso avrebbe invaso altri paesi.

Nel momento in cui la linea di demarcazione tra la resistenza e la violenza settaria divenne sempre più sfumata, e il legame tra al-Qaeda e la resistenza più forte, gli arabi iniziarono a distogliere la loro attenzione dall’Iraq. Tuttavia, anche nel momento di massimo successo, la resistenza irachena non riuscì a catturare l’immaginazione araba come era successo con la resistenza palestinese molti decenni prima.

Tutto ciò è indicativo di alcune tendenze di più ampio respiro. Gli anni ‘50 videro l’emergere del nazionalismo panarabo che incoraggiava la solidarietà con i palestinesi. E sebbene i nazionalisti arabi alla fine fallirono nei loro intenti, con la sconfitta durante la guerra arabo-israeliana del 1967, la resistenza palestinese trovò un rifugio politico naturale nell’atmosfera rivoluzionaria infusa di panarabismo e anticolonialismo.

Al contrario, la resistenza irachena si è manifestata in un momento di totale egemonia americana, quando la maggior parte dei regimi arabi erano sostenuti dagli Stati Uniti, o tentavano di essere concilianti nei confronti di Washington per non attirarsi la sua collera.

Inoltre, mentre la causa palestinese sembra essere riuscita a conquistare un posto nella psiche araba, la reazione dei governi arabi all’invasione dell’Iraq è stata semplicemente una continuazione dello stato di impotenza che ha caratterizzato la regione a partire dal 1948. Dopotutto, per quanto si sia lamentato della perdita della Palestina, il mondo arabo si è dimostrato del tutto incapace o riluttante ad opporre resistenza a Israele.

Un vicino invadente

Il ruolo dell’Iran in Iraq ha reso la situazione ancora più confusa, e questo non è stato criticato in maniera adeguata da parte degli intellettuali arabi. Sviati dal sostegno iraniano ad Hezbollah, il movimento di resistenza più rispettato e più efficacie nella regione, molti arabi si sono mostrati riluttanti ad analizzare in maniera obiettiva il modo in cui l’Iran ha influenzato negativamente le forze della resistenza irachena.

Come gli Stati Uniti, che hanno fomentato la divisione tra sunniti e sciiti presentando la guerra in parte come un tentativo di liberare la maggioranza sciita perseguitata dall’egemonia sunnita, anche l’Iran ha stimolato le divisioni settarie intervenendo a sostegno diretto dei partiti settari sciiti all’interno del paese.

Molti iracheni pensano che l’Iran abbia sfruttato i governi settari di Ibrahim al-Jaafari e successivamente di Nuri al-Maliki per reprimere ogni forma di resistenza, pur indicando nella vittoria di Iyad Allawi alle elezioni di marzo la dimostrazione del desiderio iracheno di rifiutare il settarismo.

Mentre alcuni arabi hanno tacciato Allawi di essere un burattino nelle mani americane – visto che la sua storia è macchiata considerevolmente dalla propria collaborazione con l’invasione – lo scrittore iracheno Abdul Elah al-Bayati ha definito il risultato delle elezioni “un trionfo contro il settarismo” e ha affermato che esso non dovrebbe essere interpretato come una vittoria di Allawi, ma della coalizione che egli rappresenta.

L’ex baathista che si era ribellato a Saddam Hussein si è “reinventato” come leader laico e ha vinto le elezioni con un ampio sostegno popolare. E mentre coloro i quali sono vicini alla resistenza dicono di non aver dimenticato che nel 2004 egli aveva appoggiato il bombardamento americano di Falluja, essi comprendono il motivo per cui alcuni potrebbero guardare a questo politico sciita che ha buoni legami con i regimi arabi come all’uomo più adatto per evitare che il paese si disintegri sotto il peso delle divisioni etniche e settarie.

In una situazione in cui il nuovo governo non è ancora stato formato a sei mesi dalle elezioni, il mondo arabo sembra riluttante a partecipare a qualsiasi discussione seria circa il futuro del paese. Forse la condizione dell’Iraq è troppo penosa perché gli arabi possano riconoscerla per quello che è, o forse la crisi in corso nel paese è troppo complessa perché essi possano capirla. Ma la battaglia per l’indipendenza dell’Iraq è tutt’altro che terminata, e gli arabi devono iniziare a giocare la loro parte.

Se non lo faranno, gli Stati Uniti avranno raggiunto uno degli scopi della guerra, quello cioè di indebolire la solidarietà panaraba; e gli iracheni continueranno ad avere la sensazione – come mi è stato fatto notare di recente – che “nulla di ciò che facciamo sembra catturare l’immaginazione araba, e noi ci sentiamo distanti dal mondo arabo”.

Lamis Andoni è un’analista e commentatrice di questioni palestinesi e mediorientali; si occupa da 20 anni dell’OLP, ed ha intervistato tutti i principali leader del movimento

mercoledì 22 settembre 2010

Sarrazin, la saga continua

L'ex membro del direttorio Bundesbank Thilo Sarrazin, autore in Germania di un bestseller anti-islamico (oparazzi photos / Flickr)

La Germania si è scoperta un Paese diviso in due dal controverso politico SPD, con un passato di provocatore, che con le sue teorie ha riacceso il dibattito sull’immigrazione e la volontà dei musulmani (di cui i turchi sono il 62%, mentre il 13.6% vengono dal Sud-Est Europa, Kosovo e Albania in testa) di integrarsi nella società tedesca. Ecco alcune reazioni tra le più significative:

Divide pericolosamente la Germania e le sue parole sono assolutamente inaccettabili. Mettono in imbarazzo la Bundesbank e l’intero Paese. Se i turchi hanno un problema, io sono anche il loro Cancelliere.  Angela Merkel, Cancelliere tedesca

Sarrazin è diventato un parafulmine per tutto, ma non sono né pro né contro di lui. Penso che la Germania abbia un disperato bisogno di un dibattito aperto sull’immigrazione. Ma le sue conclusioni, con le teorie sulla biologia e la razza, non portano a niente di buono, perché sono obsolete. La Germania sta cambiando con l’immigrazione, e questa è una buona cosa. Dovremmo parlare dei problemi del vivere fianco a fianco, delle carenze degli immigrati e di che cosa si può fare adesso. Sarrazin è la prova che in tema di immigrazione siamo allarmisti e ipersensibili. L’islam non dev’essere demonizzato ma di certo ha bisogno di essere modernizzato dalla base.  Hamed Abdel-Samad, saggista tedesco-egiziano, docente all’università di Monaco e autore de “La caduta del mondo islamico ”

Ha suscitato obbrobrio e condanna unanime tra le  élites politiche, ma anche un seguito di massa tra i cittadini, tanto da farlo sembrare un eroe popolare. Il volume è pieno di imprecisioni ma ha toccato un nervo scoperto. La Germania, da Paese tollerante, rischia di diventare un posto dominato dalla paura e dall’islamofobia.  Der Spiegel 

Sarrazin ha sempre avuto un debole per le statistiche. Ma nel libro usa solo quelle in sintonia con la sua immagine del nemico . Ehrhart Körting, ministro dell’Interno della regione di Berlino, membro dell’Spd

E’ un dossier anti-musulmano, basato sulla genetica . Frankfurter Allgemeine Zeitung

Circa il 46% dei tedeschi ritiene che nel Paese ci siano “troppi musulmani”. Solo il 16.6 % degli interpellati pensa che “la cultura islamica si adatti bene alla Germania”. E’ il risultato più basso tra gli 8 Stati in cui si è svolta la ricerca, compresi Paesi Bassi, Francia e Ungheria.  Università di Bielefeld, studio di dicembre 2009

I populisti in Occidente stanno rispondendo all’immagine dell’Occidente come nemico, propagata dai demagoghi nel mondo islamico, con la propria immagine dell’islam come nemico. Usano gli stessi strumenti, sfruttano le rispettive immagini distorte e l’isteria popolare . Wolfgang Benz, ex direttore del Centro ricerche sull’antisemitismo dell’Università Tecnica di Berlino   L.D.

Paradosso turco?

Il referendum costituzionale e il paradosso politico della Turchia

Il referendum costituzionale del 12 settembre scorso in Turchia ha rappresentato una nuova tappa nel lungo cammino della repubblica turca verso la piena democrazia.

La vittoria del “sì” con una percentuale del 58% ha indubbiamente segnato un’importante affermazione per il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, dando nuovo slancio al suo partito “Giustizia e Sviluppo” (AKP) dopo le difficoltà da esso incontrate negli ultimi tempi, le quali potevano far temere una crisi di consenso per il partito.

Il referendum, che riguardava un pacchetto di emendamenti a 26 articoli della costituzione riguardanti le libertà e i diritti individuali, e la struttura dei vertici della magistratura, si è svolto in una data estremamente simbolica per la Turchia: l’anniversario del colpo di stato del 12 settembre 1980, il terzo e probabilmente più violento golpe nella storia moderna del paese, in conseguenza del quale fu redatta l’attuale costituzione.

Alla luce della decisione dell’opposizione di trasformare il voto referendario in un voto di fiducia o di sfiducia nei confronti di Erdogan e del suo partito, la vittoria del “sì” appare ancora più importante per il primo ministro e per il governo.

Tuttavia per la stessa ragione, il 42% di voti contrari non può essere sottovalutato poiché, anche se le motivazioni del “no” sono diversificate, questa percentuale indica che vi è una grossa fetta del paese che nutre una forte sfiducia nei confronti dell’AKP e della direzione che esso vuole dare alla repubblica turca.

Non bisogna poi dimenticare il forte astensionismo registratosi nelle regioni a maggioranza curda, che in alcune province ha segnato picchi del 51%. Esso testimonia il successo del partito filo-curdo “Pace e Democrazia” (BDP), il quale aveva impostato la sua campagna referendaria proprio sul boicottaggio, in segno di protesta per il fallimento della cosiddetta “iniziativa democratica”. Con quest’ultima il governo aveva annunciato, mesi fa, di voler riconoscere maggiori diritti alla minoranza curda; ma poi non aveva avuto la forza o il coraggio di portare a compimento tale iniziativa.

Tra i principali partiti dell’opposizione, il Partito del Popolo Repubblicano (CHP) guidato dal nuovo leader Kemal Kılıçdaroğlu, pur non essendo uscito vincitore, a giudizio di molti osservatori  non può certo essere annoverato fra gli sconfitti, poiché la quota del 42% dei “no” è stata raggiunta in gran parte grazie ai suoi sforzi.

Da questo confronto referendario è invece uscito malconcio il Partito del Movimento Nazionalista (MHP), formazione ultranazionalista guidata da Devlet Bahçeli, che perfino nelle sue roccaforti tradizionali non è riuscita a garantire un adeguato sostegno al “no”.

Molti hanno individuato le ragioni di tale sconfitta nel modo in cui Bahçeli aveva impostato la campagna referendaria del partito, basata in gran parte sullo sforzo di dipingere il pacchetto di emendamenti costituzionali come una mossa politica essenzialmente volta a favorire il riconoscimento dei diritti dei curdi. I tradizionali sostenitori nazionalisti e conservatori dell’MHP nell’Anatolia centrale non hanno accolto questa linea, che è invece passata fra i neonazionalisti laici dell’Anatolia occidentale.

In generale, gli elettori religiosi conservatori hanno in gran parte sostenuto le posizioni dell’AKP, mentre i laici si sono in buona parte raccolti intorno al CHP. La mappa politica della Turchia in sostanza non è molto cambiata, con il CHP che ha avuto successo soprattutto sulla costa occidentale, mentre l’AKP ha avuto la meglio a livello nazionale. Nelle grandi città, il “sì” ha vinto ad Ankara ed Istanbul, il “no” a Smirne.

In sostanza, il referendum ha mostrato un paese diviso in tre: nella Tracia e nella zona costiera che si affaccia sull’Egeo ha vinto il “no”, nelle regioni dell’Anatolia centrale e del Mar Nero ha vinto il “sì”, e nel sud-est del paese ha vinto l’astensionismo.

Questo dato ha spinto alcuni osservatori a parlare di un “paradosso turco”, per cui le province tradizionalmente più cosmopolite, moderne ed istruite della Turchia hanno votato contro il progetto riformatore promosso dall’AKP, mentre le province asiatiche dell’Anatolia centrale e sud-orientale, tradizionalmente più conservatrici, hanno votato a favore (bisogna notare che nelle regioni curde, al di là dell’alto astensionismo, la schiacciante maggioranza dei curdi che si sono recati alle urne si è espressa a favore del “sì”).

Come ha scritto un commentatore turco, al di là di una minoranza laica, liberale e di sinistra, sembra che gran parte delle “persone ‘istruite’ in Turchia siano favorevoli alla tutela imposta dall’esercito, ed al controllo burocratico nelle mani dei politici laici”. Un giornale libanese – il recente referendum (come in generale tutti gli eventi della politica interna turca) è stato seguito molto da vicino dalla stampa araba – ha riassunto questo paradosso in un altro modo, con il seguente titolo: “La Turchia ‘europea’ vota contro le riforme europee, la Turchia ‘asiatica’ vota a favore”.

Alcuni hanno individuato le radici di questa apparente bizzarria della scena politica turca nella forma di “democrazia autoritaria” che fu imposta dai militari e dall’élite laica in Turchia a partire dal golpe del 1960. Questo modello autoritario ambiva a “modernizzare” la Turchia attraverso l’applicazione di pratiche dispotiche, e soprattutto emarginando – e addirittura definendo come “minacce per lo Stato” – importanti segmenti della società, come i musulmani conservatori, i curdi e i non musulmani.

Come scrive il giornalista turco Mustafa Akyol, un manipolo di intellettuali liberali aveva individuato le falle di questo sistema politico già negli anni ’90, proponendo la nascita di una “Seconda Repubblica” basata invece sulla libertà e l’eguaglianza.

Tuttavia l’appoggio popolare necessario a portare avanti una simile agenda politica cominciò a materializzarsi solo con l’avvento del nuovo millennio, di pari passo con lo sviluppo dell’Anatolia interna e con l’affermarsi di una borghesia musulmana urbana.

La storia di successo dell’AKP è il risultato di queste trasformazioni. “Questo partito ‘islamico’ – scrive Akyol – dimostrò di essere più dedito alla causa dell’Unione Europea rispetto ai suoi rivali laici, perché la sua base musulmana aveva molto sofferto sotto lo status quo” rappresentato dall’autoritarismo turco.

Ciò spiega anche l’alleanza tra l’AKP di ispirazione “islamica” ed alcuni liberali laici. Il grosso interrogativo che riguarda il futuro politico della Turchia è dunque – sempre secondo Akyol – il seguente: vi è la possibilità che emerga una versione laica dell’AKP o, in altre parole, un partito riformista privo dell’inclinazione religiosa dell’AKP?

A questo proposito, alcuni ripongono le loro speranze nel nuovo leader del CHP Kılıçdaroğlu. Altri rimangono invece scettici poiché ritengono questo partito troppo legato al passato kemalista, e poco propenso ad abbracciare una visione più egualitaria e democratica.

Un aspetto paradossale del CHP sta nel fatto che la richiesta di adesione della Turchia all’UE fu avviata proprio da questo partito, con l’accordo di Ankara del 1963. Attualmente, però, esso sembra scarsamente entusiasta nei confronti del processo di avvicinamento all’Unione, che invece è stato portato avanti e sostenuto dall’AKP. Allo stesso modo, il CHP non ha appoggiato altre iniziative di politica estera dell’AKP, come il riavvicinamento con l’Armenia.

Al “paradosso turco” ha fatto da contraltare, negli ultimi anni, un “paradosso europeo”, in base al quale la Turchia del partito “Giustizia e Sviluppo” – i cui sforzi di democratizzazione sono sempre stati incoraggiati dall’UE – ha cominciato ad essere vista con crescente sospetto in Europa, mentre il suo processo di adesione è stato osteggiato in maniera sempre più aperta.

L’Europa ha dimostrato di avere difficoltà ad interpretare correttamente  il “caso turco”, in cui forze laiche e socialdemocratiche hanno mostrato di avere un approccio autoritario e di considerare le minoranze etniche e religiose come “minacce alla sicurezza nazionale”, mentre un partito di ispirazione islamica come l’AKP si è fatto portavoce, seppure con alcune incertezze, di istanze di cambiamento e di democratizzazione.

In generale, l’Occidente spesso ha dimostrato di ritenere che le società islamiche non siano in grado di adottare un modello di democrazia liberale. Nel caso della Turchia, molti in Europa nutrono sospetti sulle intenzioni a lungo termine dell’AKP, temendo che esso intenda alterare il carattere laico della repubblica turca attraverso una sua progressiva islamizzazione.

In realtà – hanno osservato alcuni – se dei partiti cristiani conservatori sono riusciti a diventare democratici, nulla impedisce che dei musulmani facciano la stessa cosa. Tuttavia i sospetti nei confronti dell’AKP permangono in molti ambienti europei.

Questo “processo alle intenzioni” nei confronti dell’AKP, che si concentra sull’ “agenda nascosta” che guiderebbe le scelte politiche di questo partito, viene del resto riproposto in maniera pressoché identica dall’élite laica e kemalista in Turchia.

Essa accusa l’AKP di voler sostituire alla “dittatura militare” una “dittatura civile” guidata dall’esecutivo, e di attentare al carattere laico dello Stato.

Alcuni osservatori in Turchia hanno tuttavia fatto rilevare che questo “processo alle intenzioni” porta in un vicolo cieco, poiché conduce alla formulazione di accuse che non sono dimostrabili né confutabili, proprio perché attengono all’ambito delle “intenzioni”.

Costoro suggeriscono di giudicare piuttosto il ruolo storico e politico  ricoperto dall’AKP, analizzando il cammino intrapreso dalla Turchia sotto la guida di questo partito – un cammino che ha portato il paese verso lo sviluppo economico, verso una maggiore democrazia, e verso un ridimensionamento dello strapotere dell’esercito.

E’ opinione di molti che, al di là delle sue “intenzioni”, l’AKP incarni il forte desiderio di “cambiamento” presente oggi nel paese, un desiderio che trascende le politiche dell’AKP stesso. I risultati del referendum del 12 settembre lo testimonierebbero: il 58% di “sì” va ben al di là del sostegno espresso al partito di Erdogan, e sta a indicare la forte volontà di riforme presente nel paese.

Lo confermerebbe anche un’altra osservazione: gli emendamenti costituzionali si uniformano a delle precise direttive europee, e sono stati definiti dal governo turco come un’ulteriore tappa lungo il cammino di riforme che la Turchia deve percorrere per entrare nell’Unione. Essi sono stati salutati dall’UE come “un passo nella giusta direzione”. Tuttavia, come risulta dal recente rapporto “Transatlantic Trends”, il sostegno dei turchi all’adesione all’UE è in continuo declino: ormai solo il 38% è favorevole, rispetto al 73% del 2004. La vittoria referendaria del “sì” con una percentuale del 58% sta dunque ancora una volta ad indicare un desiderio di riforme che va al di là della prospettiva di entrare in Europa, o delle politiche dichiarate dal governo.

Secondo diversi analisti turchi, il fatto che, dopo otto anni al potere, l’AKP sia ancora alla guida della richiesta di cambiamento in Turchia non dovrebbe essere considerato tanto come un successo del partito, quanto piuttosto come un fallimento dell’opposizione, se si tiene conto che il desiderio di cambiamento normalmente viene incarnato proprio da quest’ultima, in qualsiasi democrazia.

Il fatto che dopo otto anni di governo, e pur non avendo realizzato tutte le sue promesse, l’AKP venga ancora considerato dalla maggioranza dell’elettorato turco come la miglior garanzia di un’evoluzione democratica del paese sta a indicare che l’opposizione non è riuscita a costruire un’alternativa democratica credibile.

Come dimostra il risultato del referendum, tuttavia, il panorama politico turco rimane caratterizzato da un’aspra polarizzazione, che appare a molti difficilmente conciliabile.

Nessuna polarizzazione esisteva in passato in Turchia – ha osservato l’accademico Cengiz Aktar – poiché esisteva un unico polo, un’unica ideologia fondante che propugnava un’armonia immaginaria. Qualsiasi gruppo o individuo che potesse alterare quest’armonia fittizia era visto come un nemico. La polarizzazione attuale è invece il risultato di più poli che si confrontano – un elemento che è alla base della democrazia. Ma la corretta gestione di questo confronto è la maggiore sfida che attende la Turchia nell’immediato futuro.

E’ opinione di molti che per vincere questa sfida occorra che tutte le parti in causa decidano consapevolmente di smorzare i toni, e si impegnino ad avviare un dialogo costruttivo. Sembra assodato che gli emendamenti appena approvati costituiscano solo un passaggio interlocutorio verso l’approvazione di una nuova costituzione. Una compiuta riforma costituzionale ha tuttavia bisogno di un vasto consenso per essere sostenibile.

Numerosi analisti ritengono pertanto che il partito di governo debba utilizzare i prossimi mesi per verificare se esiste la possibilità di iniziative comuni con i principali partiti dell’opposizione (soprattutto con il CHP), e per avviare un dialogo con la formazione filo-curda del BDP.

I temi più scottanti da affrontare, e sui quali cercare delle convergenze, saranno la nuova costituzione e la questione curda. In particolare sarà necessario ridefinire il concetto di cittadinanza ed il principio della separazione dei poteri, e riconoscere i diritti delle minoranze.

L’AKP ha certamente fra le sue priorità la riforma costituzionale, ed è probabile che cercherà di dare nuovo impulso all’ “iniziativa democratica” a favore dei curdi. Sembra anche che esso abbia l’intenzione di sostituire l’attuale regime parlamentare con un regime presidenziale, con l’obiettivo di garantire una maggiore stabilità politica.

Quest’ultima mossa rischia tuttavia di rinfocolare le paure dell’opposizione, la quale potrebbe temere che tale mossa rappresenti un ulteriore tentativo di far prevalere il potere politico sul potere giudiziario e sull’esercito, creando un sistema presidenziale in cui la carica di presidente – dotata di ampi poteri – rimarrebbe di fatto in mano all’AKP per gli anni a venire.

Come ha osservato Cengiz Aktar, ciò che la Turchia deve discutere e risolvere “sono i difetti dell’attuale regime, piuttosto che il regime in sé”. Il nodo essenziale – sostiene Aktar – non è l’insufficiente potere dell’esecutivo, ma quello dell’equilibrio dei poteri, e della creazione di un sistema di pesi e contrappesi che permetta di bilanciare il potere esecutivo con il potere legislativo, affrancandolo allo stesso tempo dalla tutela dei militari. “In altre parole, il punto essenziale è l’assenza di una costituzione liberale e democratica”.

I prossimi mesi ci diranno se il governo guidato da Erdogan sarà in grado di rispondere a queste sfide, evitando che l’attuale polarizzazione nel paese sfoci in uno scontro più aspro.

I semi di Guantanamo anche in Germania

Two former Guantanamo inmates arrive in Germany

See full-text article(s):Der Spiegel (English)
Der Spiegel (English) - September 21, 2010

16 September 2010
After months of negotiations between Berlin and Washington, two former inmates of the Guantanamo prison arrived in Germany on Thursday. German officials hope to swiftly integrate them into society. A spokesman for the Hamburg government confirmed that Ahmed Mohammed al-Shurfa, a stateless man of Palestinian descent born in Saudi Arabia, had arrived in the northern German port city.
Later on Thursday, a second former Guantanamo prisoner — 36-year-old Mahmoud Salim al-Ali of Syria — arrived in the state of Rhineland-Palatinate in central-western Germany, an official with the state’s Interior Ministry said. “According to our knowledge, he does not pose any threat,2 a spokesman said. “We haven’t brought a sleeper into our country,” he said, referring to the phenomenon of potential terrorists like the 9/11 cell that infiltrate society and appear to be normal residents before they are activated.
Earlier this year, Germany said it was prepared to host two former inmates from the Guantanamo prison. German Interior Minister Thomas de Maizière said the decision had been made for “humanitarian reasons.” “I’m not only the federal interior minister, but also a human being and a Christian,” the politician, who is a member of Chancellor Angela Merkel’s conservative Christian Democratic Union (CDU) party, said as he announced his decision in July.

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Doppio binario siriano

Siria ed estremismo religioso, una relazione a due facce


di Pierpaolo Ciancio*

La Siria rincorre la secolarizzazione della società. Dal 2008 il governo ha avviato un lento processo di controllo e corrosione dell’estremismo islamico, che ha subìto un’impennata durante la passata estate.

A conclusione di un periodo di apparente ininfluenza dei conservatori islamici seguito all’attacco di Hafez al-Assad sferzato ai Fratelli Musulmani nel febbraio 1982 (culminato con l’assedio della città di Hama costato la vita a decine di migliaia di persone), la mano dell’estremismo è tornata cruente sulla scena nel settembre 2008, con un’autobomba esplosa a Damasco costata la vita a 17 persone.

“La bomba è stata il detonatore, ma la pressione era già stata innescata”, ha dichiarato al New York Times Peter Harling, analista dell’International Crisis Group. “Dopo un periodo di calma con i gruppi islamici, il regime apre un periodo di controllo e repressione. E’ la risposta data alla sfida lanciata dall’islamizzazione della società siriana”.

Durante l’estate il governo ha proibito l’uso del niqab e del velo durante le lezioni universitarie, ribadendo in modo chiaro l’estraneità dell’islamismo ortodosso dalla società siriana: a più di mille insegnanti sono stati fatti presenti dalle autorità i doveri amministrativi. In primavera ai membri del Qubaisiate, influente gruppo islamico femminile, è stata imposta la sospensione di attività quali la predicazione nelle moschee o l’insegnamento della legge islamica.

Gruppi impegnati nei diritti umani ricordano che il giro di vite di Damasco ha esacerbato i toni dell’oppressione religiosa: gli islamisti sono esclusi da qualsiasi arena politica e parecchi militanti vittima di detenzioni arbitrarie.

I conservatori non hanno rilanciato per il momento una controffensiva sociale, ma un imam sospeso senza motivazione nel 2008 teme che la politica del governo possa istigare i gruppi radicali: “Ora gli islamisti hanno evidenti ragioni per lamentare l’antagonismo del governo a danno dei musulmani”.

Le scelte di Bashar al-Assad vanno lette alla luce del labile equilibrio sociale del paese, che vede una maggioranza sunnita governata da una minoranza alawita. Senza per questo dimenticare le scelte geo-politiche di Damasco, a sostegno dei gruppi islamici più in vista.

“Quello che hanno nutrito e promosso, ora sentono la necessità di rompere”, è il commento di Hassan Abbas, ricercatore siriano.

Alcuni analisti siriani interpretano le recenti politiche di Damasco come una prima concessione alle richieste avanzate da Stati Uniti ed Unione Europea di isolare Teheran ed i gruppi islamisti più estremisti della regione, come Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina.

I funzionari di governo di Damasco, tuttavia, ribadiscono che la posizione assunta dal governo in materia religiosa non inficia l’assetto in politica estera, sottolineando il pieno sostegno ai gruppi islamici stranieri in chiave anti israeliana.

* per Osservatorio Iraq

[21 settembre 2010]

Elezioni afghane

Elezioni legislative in Afghanistan : massicci brogli, violenza e astensione di massa

Seggi chiusi, intimidazioni, bombe. Il voto per il rinnovo della Camera bassa è l’emblema di una democrazia, quella del paese asiatico, che fa fatica a decollare.

Di Alessio Fratticcioli (scritto per  Giornalettismo)

Sabato scorso gli afghani sono stati chiamati alle urne per rinnovare la Camera bassa del parlamento, la Wolesi Jirga. Le elezioni hanno avuto luogo sotto l’ombra dell’escalation militare ordinata da Obama, che ha aumentato il numero di truppe straniere nel paese a piu’ di 140.000 unità e che come conseguenza della pressione delle truppe Isaf nei territori controllati dagli insorgenti hanno portato al record di soldati caduti in combattimento (solo negli ultimi giorni sono stati uccisi un italiano, un inglese e decine di statunitensi) e a un numero imprecisato di vittime civili. .

IRREGOLARITA’ E VIOLENZE – Quest’anno la principale squadra internazionale di monitoraggio delle elezioni, quella dell’Unione europea, che alle elezioni presidenziali afgane del 2009 era composta da 120 osservatori, ha schierato solo 7 osservatori. Anche tutte le altre strutture internazionali di monitoraggio hanno sostanzialmente abbandonato il campo, adducendo ragioni di sicurezza, ma forse solo per via dell’ostilità del regime Karzai. A titolo di esempio, l’International Republican Institute ha ridotto i suoi osservatori da 160 a 40, mentre l’Asian Network for Free Elections e’ passata da 74 a 30. Dunque sabato scorso, l’unica organizzazione minimamente presente sul territorio e’ stata la Fefa, la Fondazione afghana per elezioni libere e trasparenti, che sostiene che le elezioni si siano svolte in un quadro di diffuse irregolarità. In un comunicato, la Fefa descrive seri incidenti in almeno 389 seggi nel Paese che hanno causato decine di morti. Inoltre, nelle province di Kunar, Khost e Kandahar alcuni seggi sono stati fatti saltare in aria, mentre nelle province di Laghman, Kunduz e Badghis altri seggi sono stati occupati dai talebani e le votazioni sono state interrotte. Fra le irregolarità registrate, sono state segnalate violenze di candidati e loro sostenitori, schede false nelle urne, inchiostro non indelebile, chiusura anticipata di seggi e ingresso di candidati non autorizzati.

MINACCE FILO-GOVERNATIVE – Giornalisti e osservatori stranieri hanno largamente confermato le denunce della Fefa. Alcuni hanno riferito al britannico Daily Telegraph che i sostenitori del regime di Karzai sono arrivati ad offrire agli alti ufficiali delle elezioni ben 500.000 dollari per falsificare i risultati. Un altro osservatore, Stephen Carter, ha detto allo stesso giornale che “il processo elettorale … sembra più un mercato” dove si vendono voti e si testa quanto si e’ bravi a organizzare i brogli. Il britannico Guardian ha riportato le intimidazioni agli elettori di Kabul,dove 800 soldati governativi hanno marciato fino al seggio della scuola superiore Pul-e-Charki per minacciare chi avesse avuto intenzione di votare i candidati anti-governativi. Un residente, Khaliq Noor, ha detto al Guardian che “nelle aree poco sicure del Sud le persone non possono votare per via di al-Qaida, ma a Kabul abbiamo una al-Qaida interna che non ci lascia votare!”.

15% DEI SEGGI CHIUSI –  Il New York Times ha scritto che “al seggio della Ghazi Khan High School di Kunduz City, gli osservatori stranieri e i giornalisti hanno osservato gli scrutatori e i sostenitori di alcuni candidate chiudere le porte per due ore” e votare al posto di altre persone. Il New York Times ha anche stazionato il corrispondent Elisabeth Bumiller a Marja, il distretto che ha ospitato una famosa battaglia statunitense qualche mese fa. La giornalista ha riportato un’affluenza del 10%, mentre intorno alla cittadina la battaglia tra marines e talebani non ha conosciuto sosta. Time sul suo website ha titolato: “A Bad Case of Déjà Vu”, paragonando queste elezioni alla farsa del voto presidenziale del 2009. Il Washington Post ha scritto che le elezioni hanno “rivelato un elettorato disincantato e un’insurrezione in aumento”. Addirittura, in alcune aree meridionali e orientali del paese, quali le province di Kandahar e Helmand, non si e’ votato affatto: per ragioni di sicurezza circa il 15% dei seggi non hanno nemmeno aperto le porte, privando dunque del diritto di voto centinaia di migliaia o milioni di cittadini.

ELEZIONI FARSA – In definitiva, e’ successo di tutto e di piu’ in un paese, oltretutto, dove il voto non avrebbe potuto comunque esprimere la libera volonta’ popolare per una fondamentale ragione: l’Afghanistan e’ un paese sotto occupazione straniera, nel bel mezzo di una guerra civile e con un regime che si regge in piedi solo grazie alla diffusa corruzione e all’appoggio delle truppe di occupazione, teoricamente “legittimato” dalle elezioni presidenziali piu’ ridicole che si ricordino a memoria d’uomo. Come se non bastasse, la camera bassa che ne uscira’ non avra’ comunque nessuna possibilita’ di frenare il volere del regime fantoccio di Karzai. I 249 parlamentari saranno in larghissima maggioranza indipendenti, non legati a nessun partito, e cioe’ facilmente comprabili dal governo, che controllando direttamente o indirettamente banche, “aiuti internazionali” e trafficci di droga possiede immensi capitali per comprare il voto di chicchessia.

BASSA AFFLUENZA – Le autorita’ hanno millantato un’affluenza al 40%, ma “40% di cosa?” – ha domandato il giornalista Martine van Bijlert . La cifra reale dovrebbe essere intorno al 25 o al 30% degli aventi diritto, con grandi differenze territoriali. Si è trattato dunque di una sorta di replay della grande truffa delle elezioni presidenziali dell’anno scorso – nelle quali Karzai si assicuro’ la vittoria grazie a massicci brogli elettorali – ma con un’affluenza ancora minore. Per cercare di spiegare il fallimento, il Ministro della Difesa afghano Abdul Rahim Wardak ha ammesso che l’influenza politica dei talebani sta crescendo: “una delle possibili ragioni [della bassa affluenza] e’ che la propaganda del nemico abbia influenzato la psiche della popolazione”. Di fronte a tutto ciò, la comunita’ internazionale, dalla Clinton al segretario generale della Nato Rasmussen, hanno espresso soddisfazione per lo svolgimento del processo elettorale. E’ il segno che non esiste praticamente limite a quella farsa che qualcuno continuera’ impunemente a definire “democrazia”.

CRIMINALITA’ IN PARLAMENTO – Ma nonostante tutto, i brogli massicci e generalizzati insieme alle violenze, sia quelle commesse dalle milizie governative sia quelle degli insorgenti, non potranno che delegittimare ulteriormente il regime fantoccio del presidente Karzai e la posizione di chi in Occidente sostiene questa leadership, USA e NATO in testa. E dire che, e sarebbe ironico se non fosse profondamente tragico, da queste elezioni non potra’ venir fuori nulla di peggiore del parlamento uscente, che secondo un rapporto della Commissione afgana indipendente per i diritti umani e’ composto per il 60% da individui legati a gruppi armati, ovvero alle mai disarmate fazioni di mujaheddin dell’ex Alleanza del Nord, con almeno 40 parlamentari tuttora comandanti di tali milizie, mentre 24 sono capi della criminalità organizzata, 17 sono noti trafficanti di droga e su 19 pendono accuse di gravi crimini di guerra e violazioni di diritti umani.

LA BUGIA SMASCHERATA – Ha scritto su Al-Jazeera Robert D. Crews, professore alla Stanford University, che negli ultimi anni “un’errata fede nelle soluzioni militari ha portato a sottovalutare l’importanza della sfera politica, con gli USA che hanno largamente ignorato l’evoluzione della societa’ afghana”. Mentre “per porre termine alla guerra occorrerebbero degli sforzi ben piu’ seri miranti ad includere le opposizioni nel gioco politico”. Ma tutto questo non pare essere nelle intenzioni di Karzai e dei suoi sponsor a Washington. Intanto, i risultati delle elezioni non verranno resi noti prima di novembre ma, qualunque sara’ il risultato, agli occhi degli osservatori tutto il processo non sara’ servito a molto piu’ che a smascherare per l’ennesima volta la bugia servita a giustificare l’invasione e l’occupazione di questo paese per 9 anni, vale a dire la pretesa di ‘esportare democrazia’. Lo scopo dell’occupazione era ed e’ di trasformare questo paese in una base operativa per gli Stati Uniti per portare avanti le sue ambizioni di dominazione neo-imperiale delle regioni energeticamente ricchissime del Medio Oriente e dell’Asia Centrale.