venerdì 19 novembre 2010

Stessa lingua, stessa razza

17/11/2010versione stampabilestampainvia paginainvia
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Dopo quella tibetana, Pechino starebbe cercando di eliminare la lingua della minoranza islamica dello Xinjiang

Pechino rade al suolo le minoranze linguistiche. La denuncia viene dall'associazione uigura americana, che si propone di difendere la tradizione linguistica degli abitanti della Contea di Toksun, a Turpan, nella parte più a Est dello Xinjiang, la regione della Cina che i fuoriusciti chiamano Turkestan Orientale.

Secondo la denuncia, le autorità cinesi hanno cominciato a licenziare gli insegnanti appartenenti alla minoranza musulmana che parla questa lingua, nel Nord Ovest del Paese, per cancellarne ogni traccia. Gli insegnanti sono stati sostituiti da appartenenti all'etnia Han, la più numerosa in Cina, e il governo ha definito questa politica "educazione al bilinguismo", una definizione che ha provocato la rabbia degli studenti e delle loro famiglie.

Non si tratta di un caso isolato. Anche in Tibet il governo cinese è accusato di promuovere il cinese mandarino a scapito della lingua locale. Il mese scorso diversi tibetani sono scesi in piazza sia in Tibet che a Pechino per manifestare contro queste politiche del governo.

giovedì 18 novembre 2010

ONU non vede, cuore non duole

I saharawi non sono riusciti a ottenere la condanna dell’ONU dopo gli incindenti della settimana scorsa con i soldati del Marocco. L’8 novembre a Laayoune, nel territorio conteso del Sahara occidentale, sono morti 36 civili saharawi, mentre altri 163 sono finiti in carcere. Negli scontri hanno perso la vita anche 8 militari di Rabat.

Il Consiglio di sicurezza ha deplorato le violenze, ma non ha condannato esplicitamente il Marocco e non ha accolto la domanda del Fronte Polisario di aprire un’inchiesta.

Il Sahara occidentale è stata una colonia spagnola fino al 1975, anno in cui venne occupato dal Marocco. I rispettivi ministri degli interni si sono incontrati ieri per discutere della situazione.

Neanche Madrid ha condannato apertamente le violenze e ciò sta suscitando vivaci polemiche interne. Nella capitale spagnola si sono svolte manifestazioni a favore del Fronte Polisario che da 35 anni lotta per l’indipendenza di questo territorio.

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Nessuno tocchi Tareq

PARIS (Reuters)

Iraqi President Jalal Talabani said on Wednesday he will not sign an execution order for Tareq Aziz, the former deputy of dictator Saddam Hussein sentenced to death last month over the persecution of Islamic parties.

"No, I will not sign the execution order for Tareq Aziz, because I am a socialist," Talabani told French television France 24 in an interview.

"I sympathize with Tareq Aziz because he is an Iraqi Christian. Moreover he is an old man who is over 70," he said.

Iraq's high tribunal passed a death sentence on Aziz, once the international face of Saddam's government, in late October.

The Vatican and Russia both called on Iraq not to carry out the death sentence on humanitarian grounds, noting his age and the fact he has health problems.

Aziz was well known in foreign capitals and at the United Nations before Saddam's downfall.

It was not clear whether Talabani's opposition to signing the death sentence would prevent it from being carried out.

Iraq executed Saddam in 2006 despite Talabani's apparent refusal then to sign, and the president's powers since his re-election last week are not as the same as they were during his last term.

A leading Iraqi lawyer said he believed Aziz's death sentence could not legally be carried out without Talabani's signature on the execution order.

"According to the Iraqi constitution, the president of the state has the power to ratify death sentences before they are carried out," said the lawyer, Tariq Harb.
"Death sentences cannot be implemented without the approval of the president. This is what is in the constitution."

Last year, an Iraqi court sentenced Aziz to 15 years in prison for his part in the killings of dozens of merchants in 1992 and to a further seven years for his role in the forced displacement of Kurds from northern Iraq during Saddam's rule.

He surrendered to invading U.S. forces in April 2003 but was handed over to Iraqi prison authorities this year.

mercoledì 17 novembre 2010

Via i cristiani locali, dentro i cristiani globali

L’attivismo dei cristiani evangelici nel Kurdistan iracheno

26/10/2010

Original Version: النشاط الإنجيلي في كردستان العراق

L’uccisione del missionario americano (presbiteriano) Cumberland nella città di Dahuk, per mano di Salim Mustafa Agha al-Bisvki al-Duski il 12 giugno 1938, lasciò una traccia profonda nella coscienza popolare curda e portò allo stesso tempo all’interruzione dell’attività dei missionari cristiani nella regione di Dahuk fino a dopo la ribellione curda del 1991, quando i partiti curdi laici presero le redini del potere nel Kurdistan iracheno e l’amministrazione centrale irachena si ritirò dalla regione.

A quel punto i missionari evangelici americani ed europei tornarono nel Kurdistan iracheno avviando operazioni di aiuto e di sostegno di cui il popolo curdo aveva estremo bisogno, a causa dell’assedio internazionale imposto all’Iraq e dell’assedio iracheno imposto ai curdi. Essi ripresero però anche attività missionarie che richiamarono alla mente quelle di Cumberland e dei suoi colleghi. Alcuni curdi cominciarono ad abbracciare la fede cristiana senza timori, malgrado alcune forme di opposizione da parte dei partiti islamici curdi e dell’Unione dei dotti religiosi islamici, a cui bisogna aggiungere l’opposizione del Movimento Democratico Assiro e di alcune chiese caldee e siriache.

Il ricordo dell’uccisione del missionario americano Cumberland da parte di Salim Mustafa al-Bisvki è tuttora vivo nella memoria dei musulmani curdi. Perciò quando i nuovi missionari giunsero nel Kurdistan iracheno nel 1992, dopo la guerra del Golfo, furono estremamente cauti poiché temevano di essere eliminati. Essi non si erano resi conto che la società era cambiata, e che negli anni successivi alla morte di Cumberland si erano verificati cambiamenti politici, sociali e culturali.

Le idee laiche erano penetrate nella società curda così come nel resto delle società islamiche che la circondavano. Inoltre, i partiti curdi laici di ogni orientamento – nazionalista, socialista, e marxista – ebbero un ruolo molto importante nel rafforzare valori ostili all’Islam, inteso sia come religione che come sistema di vita, soprattutto dopo che avevano preso le redini del potere in Kurdistan dopo il 1992.

Le chiese evangeliche in Kurdistan

In conseguenza di ciò, furono fondate per la prima volta nel Kurdistan iracheno chiese straniere con diverse denominazioni evangeliche, subordinate alle loro autorità americane ed europee – battiste, presbiteriane, metodiste, episcopali – all’ombra della globalizzazione, della democrazia e dei diritti umani annunciati dagli Stati Uniti d’America e propagandati dai mezzi di informazione.

Alcune di queste chiese erano sostenute da “veterani” americani del movimento evangelico mondiale, come il missionario americano Franklin Graham, uno tra i maggiori sostenitori del presidente Bush. Suo padre Billy Graham è il fondatore della più grande istituzione missionaria evangelica del mondo.

Nelle tre province del Kurdistan furono create anche librerie specializzate per la vendita della Bibbia, e di libri missionari cristiani redatti in gran parte da autori americani e tradotti da arabi di fede evangelica, soprattutto egiziani e libanesi. Vi erano anche libri evangelici tradotti in lingua curda e nei dialetti curdi del nord e del sud.

Molti di questi libri parlano della presunta conversione al cristianesimo di alcuni musulmani provenienti da paesi del Golfo come l’Arabia Saudita, considerata la roccaforte dell’Islam. Vi sono poi libri come quello intitolato “Il prete e il Profeta”, del missionario Abu Musa al-Hariri (anche noto come Joseph Azzi, originario della regione di Hama, in Siria). Vi sono inoltre tre scuole americane – una in ciascuna provincia curda – adiacenti ad alcune di queste chiese, la cui missione è creare una nuova generazione curda costruita sulle fondamenta del liberalismo e del “dialogo fra le religioni”. Al loro interno si tengono lezioni sulla Bibbia e sulla storia dei curdi dal punto di vista dei cristiani.

Le attività delle chiese evangeliche nel Kurdistan iracheno ricordano entro certi limiti le loro attività alla metà del XIX secolo per creare l’Università Americana di Beirut. L’obiettivo sarebbe quello di creare una nuova generazione curda che fondi i suoi valori sui principi della civiltà occidentale, che in molti punti si incontrano con quelli della civiltà islamica. Ma questi missionari suscitano anche gli stessi sospetti suscitati dagli orientalisti occidentali. Essi hanno cercato quindi di riformulare questi principi, diffondendoli tra le nuove generazioni curde come se fossero concetti nuovi, nella loro lingua e nei loro dialetti, con l’obiettivo di allontanarle dallo spazio culturale arabo e islamico.

Ultimamente è stata fondata un’università americana nella città di Sulaymaniyya e sono state raccolte donazioni per costruire gli edifici dell’università attraverso il sostegno del presidente iracheno Jalal Talabani. Donazioni di milioni di dollari sono state fatte dalle personalità più facoltose della città.

Molte delle pubblicazioni evangeliche giungono nel Kurdistan dai principali centri evangelici di Amman, del Cairo e di Beirut. In paesi come la Giordania, l’Egitto ed il Libano gli evangelici hanno estese attività di scrittura e traduzione di testi, e di organizzazione di conferenze in club culturali e su canali satellitari. Alcune di queste stazioni televisive hanno la propria sede a Cipro. Prima della caduta di Baghdad per mano degli americani, la gran parte delle pubblicazioni che giungevano in Kurdistan proveniva invece dalla Germania e dalla Turchia.

Gli evangelici spesso appoggiano Israele con tutte le proprie forze. Non c’è nulla di sorprendente in questo. La maggioranza degli evangelici appartiene infatti al movimento sionista cristiano, che ha preceduto il sionismo ebraico nel tentativo di creare una patria nazionale per gli ebrei in Palestina. Pertanto, le organizzazioni missionarie evangeliche sono come gli “occhi di Israele” nelle regioni in cui sono presenti. Alcune personalità legate al Movimento Democratico Assiro, ed alcuni padri delle diverse chiese evangeliche irachene sono stati accusati di essere spie al servizio di Israele, e di essere giunti nella regione per creare spaccature fra i musulmani e i cristiani iracheni che hanno convissuto pacificamente per centinaia di anni.

La stampa curda ha confermato che diverse centinaia di curdi sono stati convertiti al cristianesimo per mano della Chiesa evangelica in Kurdistan, anche se pare che le dimensioni del fenomeno siano state leggermente esagerate. Alcuni curdi potrebbero aver aderito al cristianesimo per ragioni materiali, a causa delle privazioni di cui essi hanno sofferto a seguito dell’assedio internazionale e di quello iracheno. Aderendo al cristianesimo, alcuni curdi speravano di emigrare in America o in Europa grazie alle organizzazioni evangeliche.

Il 7 aprile 2006 la chiesa evangelica curda di recente fondazione tenne la sua terza conferenza ad Erbil, con la partecipazione di oltre 1.000 curdi cristiani neoconvertiti. Le reazioni furono contrastanti. All’incoraggiamento di alcuni fecero da contraltare la condanna dei movimenti islamici e le crescenti critiche da parte di personalità di spicco della società.

Le conferenze degli evangelici vengono organizzate periodicamente più volte all’anno in città come Dahuk, Erbil, Sulaymaniyya, ecc..

Le idee comuniste si sono diffuse da più di ottant’anni in Iraq in generale, ed in Kurdistan in particolare, ma i movimenti marxisti non sono riusciti ad influenzare la fede della popolazione. In ogni villaggio curdo la moschea veniva costruita prima ancora di costruire le case. Mettere in dubbio l’Islam era tabù per i curdi. Non praticare la preghiera e il digiuno creava problemi e tensioni fra i membri di una stessa famiglia. Ma ora qualcuno sembra spingere i curdi a convertirsi al cristianesimo e ad abbandonare la religione dei propri padri.

Una campagna di condanna della cristianizzazione dei curdi iracheni

Il Movimento Democratico Assiro (cristiano) in Iraq ha espresso timori per le conseguenze negative derivanti dalle attività in corso nel Kurdistan iracheno per cristianizzare i curdi musulmani. In un comunicato congiunto con l’Unione Islamica del Kurdistan, il Movimento ha espresso la propria condanna “di qualsiasi tentativo provocatorio di cristianizzazione in Kurdistan”.

Il comunicato ha affermato che la convivenza pacifica – dal punto di vista religioso e nazionale – fra musulmani, cristiani, caldeo-assiri e curdi ha salde radici storiche fondate sul rispetto delle religioni, sulla fratellanza, sulla patria comune, e sulla cooperazione per realizzare gli interessi condivisi. Esso ha dichiarato che è emerso ultimamente “un movimento estraneo giunto nel paese dall’estero in nome dell’evangelizzazione dei curdi musulmani, e addirittura della rievangelizzazione dei cristiani”. Il comunicato ha sottolineato che queste pratiche risultano provocatorie sia per i musulmani che per i cristiani nella regione, creano tensioni, sono dannose per la reciproca convivenza, “e non è escluso che possano essere strumentalizzate dai gruppi terroristici”. Nella parte finale del comunicato, il Movimento Democratico Assiro e l’Unione Islamica del Kurdistan hanno chiesto alle autorità ed alle istituzioni di vietare queste pratiche irresponsabili “allo scopo di preservare l’unità del nostro popolo”.

Per la prima volta è stata fondata una chiesa evangelica curda nella città di Erbil, amministrata da pastori curdi. Essa ha cercato di fondare proprie filiali nelle principali città curde. E questo è ciò che è avvenuto nelle città di Dahuk e Sulaymaniyya. Inoltre è stata fondata una Lega delle chiese evangeliche nelle tre città principali, e sono emersi contrasti tra i curdi convertitisi al cristianesimo evangelico e i cristiani evangelici provenienti dalle confessioni cattolica, nestoriana e ortodossa, su chi debba assumere la presidenza di questa Lega.

Le chiese evangeliche in Iraq sono supervisionate da missionari evangelici americani ed europei, appartenenti ad esempio alla Conferenza delle Chiese Evangeliche Europee, o alle organizzazioni americane World Mission Alliance, Healing Tree International, ecc., o all’olandese Salt Foundation. Queste organizzazioni hanno a prima vista uno scopo umanitario, ma di fatto operano per destabilizzare i valori islamici, cercando di instillare negli intellettuali curdi l’idea che l’Islam sia la causa dell’arretratezza del Kurdistan!

Il governo locale ha concesso terreni a questi missionari per costruirvi le loro chiese, ed ha fornito alle loro organizzazioni i permessi per costruire istituti, scuole e biblioteche, e per stampare i loro libri in arabo e in curdo. Per altri versi, vi sono organizzazioni missionarie che cercano in tutti i modi di esercitare pressioni sugli organi legislativi ed esecutivi, e sulle organizzazioni della società civile in Kurdistan, affinché cambino la legislazione sullo statuto personale, che è fondata sulla legge islamica.

Se sbagli paghi, anche se sei l'intelligence britannica e lui è un terrorista

Londra dice sì al risarcimento ex detenuti Guantanamo. 'Guardian': ''Mln di sterline''

(Xinhua)  (Xinhua)
ultimo aggiornamento: 16 novembre, ore 09:42
Londra - (Adnkronos) - In una dozzina avevano avviato una causa in cui accusavano le agenzie di intelligence britanniche e tre ministeri di complicità con gli Usa nelle torture. Il via libera al risarcimento è arrivato per evitare che in un processo pubblico fossero divulgati documenti delicati per la sicurezza nazionale

Il passo sbagliato: gli americani in Yemen


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Campagna militare contro al Qaeda e basi militari nelle zone tribali più remote

Un'ampia campagna militare contro al Qaeda e la costruzione di basi militari destinate all'esercito yemenita, ma con la presenza di consiglieri Usa, nelle zone tribali più remote del Paese, per stanare i leader dell'organizzazone jihadista. E' quanto starebbe progettando il Pentagono nello Yemen, secondo quanto scrive oggi il Wall Street Journal.
La proposta, non ancora formalizzata da Washington, strebbe già sollevando dubbi a Sanàa, che non vede di buon occhio un eventuale presenza di forze americane in queste future basi.

Gli Stati Uniti vogliono comunque rafforzarsi nel Paese dove è più forte la presenza di al Qaeda della penisola arabica.
Il primo, più importante, aspetto da affrontare, hanno spiegato fonti dell'amministrazione Usa, è quello della scarsa quantità di informazioni di intelligence relative i nascondigli e covi dei leader dell'organizzazione. Questo crea "una situazione di vulnerabilità" che il governo americano "si sta impegnando ad affronatare velocemente", spiegano le fonti.
L'attuale rete di spie è infatti gestita dai sauditi che, secondo Washington, non si sarebbero rivelati efficienti.
Da qui parte l'idea di costruire le basi, avamposti per i servizi Usa sul territorio, con la presenza di istruttori delle Forze speciali. Si tratterebbe di basi di diverse dimensioni, ognuna con un'unità delle forze anti-terrorismo yemenite, addestrate dagli Stati Uniti, che lavorerebbero a stretto contatto con gli americani nella caccia ai leader di al Qaeda.

Non è chiaro se, nelle intenzioni di Washington, l'intera operazione dovrebbe essere finanziata dagli Usa o altri donatori, per esempio i sauditi. Non si sa neppure se a Sanàa se ne stia già discutendo.
Se in linea di massima sono d'accordo sull'idea di costruire nuove basi, le autorità yemenite sono però perplesse riguardo alla presenza di forze Usa al loro interno. "Perchè creare problemi non necessari? Posizionare forze straniere in postazioni di sicurezza potrebbe essere interpretata come una non desiderata presenza straniera", spiega una fonte yemenita.

L'aumento dell'impegno diretto statunitense nello Yemen sarebbe dovuto alla frustrazione del Pentagono per il fatto di non sapere esattamente dove siano dispiegate al momento le unità anti-terrorismo dell'esercito yemenita che sono addestrate dagli Usa, che forniscono loro anche mezzi e intelligence. E se da una parte Sanàa chiede di fornire più elicotteri e visori notturni a queste unità, tra gli addetti ai lavori a Washington c'è chi esprime anche il preoccupato dubbio che almeno alcune unità di questi commando anti-terrorsimo siano utilizzati dal governo yemenita nello scontro con i ribelli separatisti nel sud e nel nord del Paese.

BBC -Iran: è amore

BBC tra i canali più seguiti in Iran Stampa E-mail
Martedì 16 Novembre 2010 15:56
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La BBC e Frasil risultano essere i canali più seguiti, secondo una ricerca sulle abitudini degli spettatori televisivi iraniani. Lo studio rivela inoltre che più del 45% degli spettatori segue stazioni satellitari per una media di due ore al giorno. Il regime iraniano accusa la BBC di dare un’informazione parziale, ma di recente ha concesso la possibilità di operare all’interno del territorio della Repubblica islamica. Per un lungo periodo in seguito alle elezioni presidenziali, il network era stato espulso a causa della faziosità del suo operato in quell’occasione.