Iraq-Arabia saudita, potrebbe essere ricostruito l'oleodotto ![]()
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Mercoledì 10 Novembre 2010 18:40 0diggsdigg
Potrebbe essere ricostruito l’oleodotto Iraq-Arabia Saudita. Lo ha fatto sapere un portavoce del ministero del Petrolio di Baghdad, Asim Jihad, aggiungendo che il governo ha già incaricato una compagnia privata saudita di elaborare un progetto operativo.
Un’infrastruttura di quasi 630 chilometri, per trasportare oltre 1,7 milioni di barili di greggio al giorno tra i due paesi. Jihad e il rappresentante dell’impresa di Riyadh, Ali Mahir, hanno parlato della possibilità di coinvolgere nei lavori la compagnia giapponese Mitsubishi e l’ungherese Otv, che partecipò alla costruzione del vecchio oleodotto. Intanto il gruppo sudcoreano Hunday e la connazionale compagnia dell’acciaio Posco potrebbero rientrare nel mega affare da 25 miliardi di dollari per la costruzione di nuove case in Iraq. Un protocollo di intesa, siglato a Seoul con i rappresentanti della Commissione irachena degli investimenti, prevede la costruzione di 500.000 appartamenti dal valore di 50.000 dollari l’uno. Il firmatario coreano, Sami Al- Araji, ha sottolineato il grande interesse con cui le imprese del suo paese guardano all’Iraq. Il contratto vero e proprio potrebbe essere firmato a gennaio prossimo.
sabato 13 novembre 2010
Olio d'amore
mercoledì 3 novembre 2010
Donne al lavoro in Arabia Saudita: no, mai
The Saudi government recently issued a decree banning the ‘wild fatawa’, religious rulings given by any Tom, Dick, or Harry imam. Instead, fatawa would only be issued by a central, authoritative body of senior religious scholars. This, it was believed, would get rid of the strange statements, like the one encouraging men to nurse from unrelated women so that they could be in their presence without sin. Now, that body, the Senior Board of Ulema, has issued its first judgment and it’s a bad one.
The new fatwa explicitly bans women from acting as cashiers in markets and as vendors (presumably in shops), because it potentially involves a mixing of the sexes. And, as we are often told, albeit indirectly, by the religious authorities, a Saudi man and Saudi woman cannot be trusted to be in each other’s presence lest they go at each other like rutting minks, even on a public street. The Saudi libido must be astronomical. Is there a Guinness Record in the offing?
Of course, this ruling runs smack into history, where women in Arabia—and yes, during the time of the Prophet and including women of his family—held positions in commerce, in trade, in the day-to-day economic activities of the cities and towns. Alas, now, for the literally poor Bedouin women who set up their blankets along the streets, selling their crafts in order to earn paltry amounts of cash. Saudi women are now being signaled that any co-mingling of the sexes is going to be viewed harshly. Alas for those women who’ve had the luck to find jobs in offices.
I continue to be amazed that religious authorities continue to treat the country’s population as a group of hyper-sexed adolescents. Isn’t self-control a part of Islamic doctrine? Isn’t maturity the ability to discern when certain actions are appropriate and when and where not? If the sight of women is so inflammatory to some men, perhaps the lesser evil would be for those men to pluck out their eyes in order to avoid sin.
Saudi Gazette/Okaz
Clerics endorse ban on female cashiers
RIYADH: Saudi Arabia’s top government-sanctioned board of senior Islamic clerics has endorsed a fatwa that calls for a ban on female vendors because the mixing of sexes at the workplace opens the door for all evil (or Fitnah)”.
The Senior Board of Ulema, chaired by the Grand Mufti Sheikh Abdulaziz Aal Al-Sheikh, said in its ruling Sunday that the mixing of sexes is forbidden and women should not seek jobs where they could encounter men.
The board urged women to stay away from these jobs for the sake of Allah Who will reward them accordingly, citing Qur’anic verses and sayings of the Prophet Muhammad (pbuh).
The decision comes after a conservative preacher was reprimanded in August for violating a government-mandated restriction on fatwas by calling for a boycott of supermarkets employing female cashiers.
Il Marocco aiuta la Francia a entrare in Africa
Francia e Marocco, un’alleanza a delinquere
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Marocco, ottobre 2010 - Nel Sahel si è insediata una cellula molto attiva di Al-Qaida nel Maghreb islamico (AQMI). L’Algeria promuove una strategia di impegno comune dei paesi coinvolti, anche per evitare che le potenze europee approfittino dell’occasione per insediarsi nella zona, ricca di risorse naturali. Il Marocco attacca l’Algeria e lavora per favorire l’intervento della Francia nella regione. In cambio di questi “servizietti sporchi” ottiene vari vantaggi, primo tra tutti l’appoggio francese sulla questione del Sahara occidentale
Francia e Marocco, un’alleanza a delinquere
di Nicola Quatrano
Nel Sahel si è insediata una cellula molto attiva di Al-Qaida nel Maghreb islamico (AQMI). L’Algeria promuove una strategia di impegno comune dei paesi coinvolti, anche per evitare che le potenze europee approfittino dell’occasione per insediarsi nella zona, ricca di risorse naturali. Il Marocco attacca l’Algeria e lavora per favorire l’intervento della Francia nella regione. In cambio di questi “servizietti sporchi” ottiene vari vantaggi, primo tra tutti l’appoggio francese sulla questione del Sahara occidentale
La diplomazia marocchina è molto attiva in questi giorni sul fronte del Sahel, zona geografica cui non appartiene propriamente, e della lotta contro il terrorismo di AQMI (Al Qaida nel Maghreb islamico), che si è insediata appunto nelle zone poco controllate del Niger, ai confini col Mali e l’Algeria.
Riferisce Aujourd’hui le Maroc del 19 ottobre 2010, che “Il Marocco attira l’attenzione internazionale sui pericoli rappresentati dalle reti criminali che operano nella regione del Sahel. In apertura dei lavori della Conferenza degli Stati parti alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità transnazionale, lunedì 18 ottobre, a Vienna, il Regno ha chiesto la realizzazione di un rapporto ONU sulla situazione in questa zona… Nello stesso spirito, la diplomazia marocchina ha messo in guardia contro i pericoli di queste reti per la stabilità della regione e la sicurezza internazionale. Da un po’ di tempo, la regione del Sahel è in pericolo a causa della crescita delle attività criminali di diverse organizzazioni transnazionali che operano nel circuito del traffico di droghe, di armi e nel contrabbando. Peggio ancora, queste organizzazioni criminali sono riuscite a stabilire stretti legami con l’organizzazione terrorista di Al Qaida nel Maghreb islamico (AQMI), l’ex gruppo salafista per la predicazione e il combattimento (GSPC) algerino… Il Marocco è molto attivo al livello regionale e internazionale per rafforzare la lotta contro la criminalità nel Sahel. Infatti una importante delegazione marocchina ha partecipato, mercoledì 13 ottobre, alla riunione del Gruppo d’azione antiterrorista dei paesi del G8 (CTAG), per studiare i mezzi per rafforzare la lotta nel Sahel contro Al Qaida nel Maghreb islamico. A questa riunione di esperti dei rappresentanti del G8 (Stati Uniti, Russia, Giappone, Canada, Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania) hanno preso parte, oltre ai rappresentanti dell’Unione Europea, anche la Svizzera, la Spagna, l’Australia, il Marocco, la Mauritania, il Niger, il Burkina Faso, il Senegal e la Nigeria. Come ci si poteva aspettare, l’Algeria ha boicottato la riunione, con la scusa che la lotta contro AQMI è questione che riguarda i soli paesi del Sahel coinvolti e non richiede l’implicazione di potenze straniere”.
E’ questa è la vera ragione dell’attivismo del Marocco, che lavora nell’interesse delle potenze occidentali, soprattutto della Francia, che vogliono mettere le mani sul Sahel con la scusa del pericolo terrorista.Le vere ragioni delle critiche marocchine all’Algeria
L’Expressione del 13 ottobre 2010, in un articolo dal titolo “Il Marocco lavora per Parigi nel Sahel”, afferma: “Il centro di ricerche e di studi El Read ha organizzato ieri una conferenza-dibattito a proposito dei “motivi reconditi delle campagne mediatiche marocchine e le loro conseguenze sulle relazioni algero-marocchine”. Universitari, accademici e giornalisti hanno partecipato a questa conferenza che si è svolta nel Centro internazionale della stampa, sito alla casa della stampa di Kouba, Algeri.
I conferenzieri hanno sviluppato tre temi principali: i contenuti e i messaggi della campagna marocchina, le sue motivazioni e la posizione diplomatica dell’Algeria. Va detto che le vere ragioni delle trame marocchine sono la questione del Sahara occidentale e la lotta antiterrorista nel Sahel. Secondo Slimane Chenine, direttore del centro El Raed, l’accanimento della stampa marocchina contro l’Algeria è diretta da circoli politico-militari al servizio del Regno dello Sceriffato. L’obiettivo è di distrarre l’opinione pubblica marocchina dalle sofferenze quotidiane e non dare conto del fallimento della sua politica interna. In questa operazione contro l’Algeria, il Marocco è, secondo l’universitario, sostenuto da potenze occidentali.
I paesi occidentali vogliono infatti imporre la presenza del Marocco nel dossier del Sahel, come loro testa di ponte per poter rimettere piede nella regione. Il Marocco lavora per l’occidente, soprattutto la Francia. E’ la ragione per la quale esso vuole imporne la presenza, nonostante le ragioni geografiche escludano il Marocco dalla striscia del Sahel. E ha continuato sostenendo che un’eventuale integrazione del Marocco nell’alleanza dei paesi del Sahel aprirebbe le porte all’ingerenza straniera nella regione. Una opzione che l’Algeria rifiuta categoricamente.
Alcune potenze occidentali, soprattutto la Francia, usano la lotta antiterrorismo come un pretesto per installarsi nella regione e perseguire i loro interessi strategici, prima di tutto lo sfruttamento delle risorse naturali.
Da parte sua, il dottor Smail Marif si è interrogato sui tempi scelti dai nemici dell’Algeria per avviare la campagna. Per lui la ragione è semplice da comprendere. Questa campagna interviene in un contesto politico-economico molto importante. Sul piano economico – ha spiegato – essa interviene nel momento in cui l’Algeria ha varato una serie di riforme legislative a protezione dell’economia nazionale. Sul piano politico – ha aggiunto il dottor Marif – l’Algeria è nel mirino di una lobby USA-sionista, con la complicità del Marocco. ..
Per Smail Débeche, l’accanimento marocchino contro l’Algeria non è cominciato oggi. Egli ha ricordato i tradimenti del Marocco verso l’Algeria nel corso della storia. Dopo il recupero della sua sovranità nel 1956 – ha detto – il Marocco ha negoziato con la Francia la questione delle frontiere con l’Algeria. Nel 1963 ha attaccato militarmente l’Algeria e negli anni 1990 ha voltato le spalle al nostro paese. Ha concluso dicendo che Forze straniere, in prima linea Francia e Israele, utilizzano il Marocco per perseguire interessi territoriali. La Francia tutela i suoi interessi e il Marocco la protegge. Per il conferenziere, il passato nero della Francia coloniale pesa ancora sul paese che ha visto nascere i diritti dell’uomo. Gli stessi interessi economici francesi in Algeria impediscono un attacco frontale… e dunque ha trovato nel Marocco uno strumento per mettere sotto pressione l’Algeria”.Scherzare col fuoco
Sul tema in generale del Sahel, è ancora da segnalare l’editoriale del numero di ottobre 2010 di Afrique Asie, dal titolo: “Stop agli apprendisti stregoni”.
Esso si chiede se “il Sahel sia diventato, dopo l’Afghanistan, la Somalia, lo Yemen e l’Iraq, il nuovo punto di ritrovo dei seguaci di Bin Laden. E se l’oramai mediaticamente celebre Al-Qaida nel magre islamico (Aqmi) rappresenti veramente una minaccia per i paesi del sahel e del Maghreb, e anche per l’Europa.
Se tale tesi sembrerebbe essere confermata dalla serie di rapimenti di occidentali, ad alto valore aggiunto per i diversi gruppi mafiosi, terroristi o irredentisti che sembrano avere eletto domicilio in questa immensa regione che attraversa una decina di paesi, vasta più di due milioni di chilometri quadrati, bisogna tuttavia mantenere il senso della realtà. Perché qualche decina di terroristi, nella peggiore delle ipotesi riconvertiti al grande banditismo, che rifiutano contro ogni evidenza di dichiararsi vinti nei paesi dove avevano a lungo imperversato, nei paesi del Maghreb e altrove, non sono certo in grado di sconvolgere l’equilibrio geopolitico della regione. E tuttavia si rischierebbe di minimizzare i danni per la stabilità della regione se si continuasse con gli interventi occasionali. Versando, negli ultimi anni, dei riscatti – che qualcuno valuta nell’ordine di 150 milioni di euro – in favore di questi gruppuscoli terroristi e mafiosi, in cambio della liberazione di ostaggi, i paesi europei coinvolti (Italia, Spagna, Austria, Gran Bretagna, Francia…)non rischiano forse di stimolare lo sviluppo di un’attività che si rivela assai lucrosa e fornire i mezzi per ampliare il loro campo d’azione, aiutati da una mediatizzazione a oltranza?
Appena appreso del rapimento in Niger, il 15 settembre, nel sito minerario di Arlit, mal controllato da Areva, di sette persone (un Malgascio, un Togolese e cinque francesi), non è stato forse scioccante sentire il ministro francese della difesa, Hervé Morin, annunciare per radio che “preoccupazione della Francia era di entrare in contatto con Al-Qaida e di ricevere richieste che fino ad oggi non abbiamo ricevuto”? Certamente l’imperativo di salvare le vite umane è lodevole e moralmente comprensibile. Quello che lo è meno é di farlo tanto e tanto male da rischiare di incitare i rapitori a perseverare su questa strada e di trascinare gli Stati in una spirale di trattative che favorisce inevitabilmente altre prese di ostaggi. Piuttosto che limitarsi all’immediato, non sarebbe meglio affrontare questo problema alla radice?
Bisogna essere inflessibili col terrorismo, ma bisogna esserlo allo stesso modo con le sue cause. Ora l’impiantarsi e lo svilupparsi di questi gruppi nella zona sahelo-sahariana sono stati in primo luogo favoriti dal crollo delle strutture statali di alcuni paesi. E’ il caso del Niger, che è stato teatro dell’ultimo rapimento. Lo scarso coordinamento tra gli Stati colpiti da questo nuovo flagello, alcuni dei quali sottoposti a forti pressioni estere, è anch’esso un grave ostacolo allo sradicamento del fenomeno. A ciò si aggiunge la volontà dei paesi europei di continuare a condizionare la vita di questi paesi fragili. Bamako, Nouakchott e Niamey, impantananti nei falsi calcoli sul sostegno che sperano di ottenere da Parigi, ostacolano l’avvio di una forza regionale comune antiterrorista. L’idea è stata lanciata dall’Algeria, allo scopo di evitare ogni intervento straniero, e in sintonia con le raccomandazioni dell’Unione Africana. Essi rischiano di pagare caro questo ritardo. Lo si vede oggi con l’ultima operazione rivendicata dall’AQMI, che ha spinto i capi di stato maggiore di quattro paesi del Sahel (Algeria, Niger Mali e Mauritania) a riunirsi d’urgenza, il 26 settembre, a Tamanrasset, nel Sahara algerino, per rilanciare la strategia di lotta comune contro il terrorismo e il crimine organizzato nella sotto-regione.
Questa strategia di sicurezza, decisa da un anno ma non ancora avviata, sarà finalmente realizzata? Ne va in ogni caso della stessa sopravvivenza di certi regimi che hanno recalcitrato a rispettare gli impegni presi nell’agosto del 2009 sempre a Tamarasset. Ma l’approccio securitario, per quanto indispensabile, non è sufficiente. Il coordinamento politico è prioritario per sradicare il fenomeno. L’intervento della Francia e della Mauritania in territorio maliano nel luglio scorso, che si è risolto in un fiasco causando la morte dell’ostaggio che si voleva liberare e che ha indebolito il vicino Mali, è il genere di condotta da evitare”.
Il Marocco è in movimento
La protesta è contagiosa
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Marocco, 1° novembre 2010 – L’esperienza dei campi della Dignità si propaga in tutto il Marocco del Sud. Anche a Sidi Ifni, in territorio storicamente marocchino, è sorto oggi un accampamento di protesta
(Brahim Barah)
La protesta è contagiosa
Alle otto del mattino di oggi 1 novembre 2010, alcuni cittadini di Sidi Ifni hanno avviato la realizzazione di un accampamento fuori dalla città per protestare contro l’emarginazione sociale, la disoccupazione e la carenza di alloggi.
Come ci racconta telefonicamente Brahim Barah, uno dei promotori della iniziativa, essi erano sostenuti da tutta la popolazione. D’altra parte Sidi Ifni è stata teatro, già nel 2008 di una partecipatissima protesta popolare, brutalmente repressa dall’esercito.
Vi sono stati momenti di tensione, tra manifestanti e forze dell’ordine, poi alle 14 si è presentato il governatore e si è trovata una sia pur precaria soluzione.
Le rivendicazioni dei manifestanti sono due:
1) Lavoro
2) Casa
Essi reclamano una maggiore attenzione da parte delle Autorità per la soluzione di questi due gravi problemi.
Il governatore ha chiesto 48 ore di tempo per cercare una soluzione. I manifestanti hanno accettato di mantenere una sola tenda simbolica per 48 ore, se in questo termine non saranno posti in grado di avviare seri negoziati con esponenti di livello governativo (si parla di una speciale commissione governativa che dovrebbe recarsi a Sidi Ifni, con poteri di negoziazione), spirato il termine si darà luogo ad un nuovo grande accampamento come quello di Laayoune.
Attualmente (22 ora locale), la tenda è meta di visite di solidarietà da parte di tutta la popolazione.
Sidi Ifni è una piccola città del sud, povera e marginalizzata. E’ appartenuta alla Spagna dal 1454 fino al 30 giugno 1969, quando è “tornata alla madre patria”, come dicono le Autorità durante le celebrazioni. Gli abitanti sono un misto di arabi, berberi e saharaoui, per lo più appartenenti alla fiera tribù di Ait Baamrane, ed hanno duramente lottato contro l’occupazione spagnola.
E lottano ancora, ma oggi contro le precarie condizioni economiche, reclamando interventi che possano creare sviluppo e fornire occasioni di lavoro per i giovani. In particolare i diplomati disoccupati, organizzati in un coordinamento di lotta nel quale sono presenti i partiti della sinistra radicale e le organizzazioni per i diritti umani (prima tra tutte Attac Maroc).
Ciò che più colpisce gli osservatori è che questa lotta di oggi viene quasi percepita dagli Ait Baamrane come un sorta di prosecuzione di quella anticoloniale. Difatti lamentano la spoliazione “coloniale” delle risorse della regione da parte dei ricchi del nord (legati al sistema di potere monarchico), denunciano che la stragrande maggioranza dei beneficiari dei permessi di pesca (la più importante risorsa della regione) non sono imprenditori locali. Si sentono insomma “occupati” dal Marocco, così come lo erano dalla Spagna durante il periodo coloniale.
Il 30 maggio 2008 un gruppo di giovani disoccupati, sostenuto da tutta la popolazione, ha deciso di bloccare l’accesso al porto, impedendo a decine di camion pieni di sardine di lasciare la città. Le Journal Hebdomadaire riporta la testimonianza di un membro del coordinamento di lotta: “Questa località è forse la sola del paese in cui la popolazione si è ridotta col passare degli anni. Per partire verso la Spagna, soprattutto verso le Isole Canarie, l’arcipelago che si trova proprio di fronte alla costa. Le nostre richieste non sono mai state soddisfatte. A cominciare dal porto che bisognerebbe ampliare perché un maggior numero di giovani vi possa trovare lavoro. Noi abbiamo bisogno di infrastrutture industriali, per esempio una fabbrica di conserve. Una strada che colleghi Sidi Ifni a Goulimine per spezzare l’isolamento della città e soprattutto creare la prefettura di Sidi Ifni. Non è ragionevole che noi dipendiamo da Tiznit, mentre i nostri legami familiari sono più a sud”. Molti pensano inoltre che dietro le ragioni dell’impoverimento della città vi siano gli interessi di una lobby potente, una lobby che non vuole un vero porto di sardine che potrebbe fare una forte concorrenza a quello di Agadir.
Il 7 giugno sono intervenute le forze speciali. Un intervento che porta la firma del generale Hamidou Laanigri, l’ex uomo forte del regime, attualmente alla testa delle forze ausiliarie, presente nella regione fin dalla sera di venerdì 6 giugno. Bisognevole di un “ritorno di immagine”, voleva forse dimostrare le sue capacità, piegando i manifestanti di Ait Baamrane.
Le immagini della rivolta, trasmesse dalla stampa e dai siti di video, hanno prodotto piuttosto l’effetto opposto. La brutalità delle forze dell’ordine e i metodi utilizzati dai gendarmi, le forze ausiliarie e i CMI hanno piuttosto ricordato ai marocchini la stagione delle gravi violazioni dei diritti umani. Acquartierati a Mir Left, una località situata a 40 km da Sidi Ifni, conosciuta in tutto il mondo per le sue spiagge selvagge paradiso per i surfisti, le forze dell’ordine sono piombate in città il 7 giugno verso l’una del mattino. Due punti sono stati simultaneamente attaccati. Il porto, dove i 29 giovani che impedivano l’uscita dei camion sono stati pestati, quelli che sono riusciti a scappare si sono rifugiati nella montagna Bouaalam, che sovrasta la città. E ad Hay Lalla Meriem, il quartiere dove risiede la maggior parte dei militanti e dei manifestanti.
Tutta la città è stata presa d’assalto, i poliziotti hanno fatto irruzione nelle case insultandone gli occupanti, le hanno saccheggiate, portandosi via tutto quello che di valore vi trovavano.
Alle cinque del mattino è stato imposto il coprifuoco e sono stati eretti numerosi posti di blocco a più di 30 km da Sidi Ifni. Intanto i militari cercavano di dissuadere tutti coloro che volevano raggiungere il centro città, dicendo che le strade non erano state messe in sicurezza.
La giornata è proseguita in uno scenario di guerra civile: le forze dell’ordine hanno utilizzato manganelli, palle di gomma e candelotti lacrimogeni, gli abitanti hanno risposto come potevano, soprattutto con il lancio di pietre. Un corteo pacifico fatto soprattutto da donne è stato violentemente represso. Gli scontri si sono estesi anche alla montagna Bouaalam. I poliziotti si sono lanciati in una violenta caccia all’uomo e sono stati registrati episodi di tortura, e perfino stupri. In proposito, la presidente dell’AMDH, Khadija Ryadi ha dichiarato:“Abbiamo registrato due casi di stupro documentato e numerosi furti, dei casi di torture di minorenni e bambini davanti ai loro genitori. Sidi Ifni è stato il teatro di una punizione collettiva. Noi domandiamo l’apertura di una inchiesta indipendente perché tutti i responsabili siano giudicati. Prima di tutti il ministro dell’interno, il wali di Agadir ed il governatore di Tiznit”.
Il giorno dopo, Sidi Ifni aveva l’aspetto di una città saccheggiata. Sono seguiti processi e condanne, ma alle elezioni comunali dell’anno successivo quasi tutti i promotori della sommossa sono stati eletti. La cosa ha creato dei problemi, perché alcuni di loro sono stati accusati di essersi venduti.Vedremo nelle prossime ore cosa succederà a Sidi Ifni, e se l’esempio della protesta contagerà altre località. Il governo marocchino sembra questa volta affrontare le manifestazioni con più prudenza, alternando la repressione al dialogo. Certo è che la situazione è molto tesa e suscettibile di conseguenze imprevedibili.
Yemen: fuori anche dal Consiglio di Cooperazione del Golfo
PACCHI ESPLOSIVI, YEMEN PERDE INGRESSO NEL CONSIGLIO DI COOPERAZIONE DEL GOLFO
Sanaa puntava ad entrare nell’organizzazione che riunisce le sei ricche monarchie del Golfo, ma la vicenda dei plichi con ordigni ha bloccato a tempo indeterminato la sua richiesta di adesione.
Roma, 01 novembre 2010, Nena News – E’ costata molto cara allo Yemen la spedizione dalla sua capitale, Sanaa, dei pacchi esplosivi diretti in Occidente. Stando a quanto riferisce la stampa araba, lo Yemen dovrà rinunciare ancora a lungo a realizzare la sua ambizione di aderire al Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organizzazione che riunisce le ricche petromonarchie del Golfo – Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – considerata una sorta di Unione europea del mondo arabo e stretta alleata degli Stati Uniti.
Nonostante la forte sponsorizzazione degli Stati Uniti, rivela il sito Gulfnews.com, al summit del Ccg di fine anno ad Abu Dhabi, la richiesta di adesione dello Yemen verrà nuovamente respinta per il timore che al Qaeda possa approfittare dello status del paese per penetrare maggiormente nei regni ed emirati del Golfo.
Sino ad oggi l’adesione dello Yemen era stata regolarmente respinta dal Ccg. A giugno però il quotidiano Kuwait Times riportò un deciso intervento degli Stati Uniti a favore l’ingresso di Sanaa nel club esclusivo del Golfo. Il fine di Washington è quello di garantire ingenti finanziamenti arabi allo sviluppo economico dello Yemen in parallelo ai crescenti aiuti militari che da tempo gli Usa offrono al regime del presidente Ali Abdullah Saleh, uno stretto alleato dell’Occidente.
La candidatura di Sanaa avrebbe dovuto occupare il primo posto nell’agenda del summit di Abu Dhabi ma i sei membri dello Ccg hanno avvertito Washington che il rapporto con lo Yemen continuerà a limitarsi ad una cooperazione nei campi dello sport, del sociale e della cultura e al finanziamento di determinati progetti economici. «E’ necessario che lo Yemen raggiunga un elevato livello di stabilità interna, la sua situazione è molto diversa da quella dei paesi del Golfo», ha scritto Said al Hamad, un editorialista del quotidiano al Ayam, rappresentando pienamente la visione del Ccg. «Ci vorranno molti anni prima che lo Yemen possa raggiungere gli standard richiesti per entrare nel Ccg», ha aggiunto da parte sua l’analista arabo Jaber Mohammad.
Il danno per lo Yemen, paese poverissimo, del mancato ingresso nel Ccg (entro il 2016, speravano a Sanaa) è enorme. Creato nel 1981, sotto l’impulso della monarchia saudita, il Ccg ha scopi essenzialmente economici e sociali, punta ad assicurare la stabilità della regione, nonché all’unificazione del sistema economico e finanziario dei membri. Il 1 gennaio 2008 il Ccg ha dato vita al Mercato Comune del Golfo e punta alla creazione di una moneta comune, il Khaleeji.
Pur affrontando raramente questioni politiche nel corso dei suoi summit, il Ccg ha l’evidente finalità di contenere la crescente potenza iraniana (in passato anche il baathismo iracheno), in linea con gli interessi degli Stati Uniti nella regione. (red) Nena News
Alqaidisti d'Algeria: 100 milioni in armi
La scoperta emerge da un'indagine dei servizi segreti algerini
I servizi segreti algerini hanno ricostruito il percorso del rifornimento di armi di al-Qaeda utilizzate nel Maghreb. Le armi verrebbero acquistate in Ciad, con i soldi provenienti dal traffico di droga, di sigarette e di tangenti: guadagni stimati intorno ai cento milioni di dollari tra il 2003 e il 2010. Al-Qaeda starebbe allargando i propri affari anche al campo del mercato immobiliare: in Niger, Mali e Mauritania la rete terroristica avrebbe investito il denaro accumulato con i rapimenti nell'acquisto di appezzamenti di terreno e ville di lusso a Bamako, capitale del Mali.
Ramallah a 5 stelle
Cisgiordania, apre a Ramallah il primo hotel a cinque stelle
2 nov
Che i tempi siano cambiati, dalle parti di Ramallah, ormai l’hanno capito anche gli occidentali. Che, fiutando l’affare, hanno deciso di investire. Nel lusso, soprattutto. Ecco perché, per la prima volta nella storia della Cisgiordania, è stato inaugurato il primo hotel a cinque stelle.
Certo, la West Bank resta quella di sempre. E infatti, fanno notare i giornalisti europei, basta affacciarsi dai piani alti dell’edificio per capire quanto, tutt’intorno, le cose siano ancora lontane dall’Occidente: gl’insediamenti ebraici incombono da una collina a qualche centinaio di metri, un campo profughi palestinese poco più giù ricorda i decenni di scontri. A qualche chilometro più in là, sull’orizzonte, il muro di cemento armato è diventato una sorta di promemoria sulla situazione politica dell’area.
L’albergo si chiama “Mövenpick Hotel” e rientra nel franchising della nota catena svizzera Mövenpick. Punta ad attirare gl’imprenditori stranieri e non che, negli ultimi mesi, aumentano sempre più. «Il passato è passato. Crediamo nel futuro del Paese e di questo albergo», ha detto il direttore generale Daniel Roche.
L’hotel è costato 40 milioni di dollari, ha 171 tra stanze e suite, una piscina esterna, un centro fitness, sette sale per le conferenze. Il ristorante principale, poi, è guidato da uno chef italiano e al piano terra c’è un bar che offre sigari e whisky invecchiato almeno vent’anni.
«Ma senza progressi politici, sicurezza e crescita economica non ci saranno mai in questa regione», ha avvertito il portavoce dell’Autorità nazionale palestinese Ghassan Khatib. Poi, insieme ai vertici svizzeri della Mövenpick è andato a bere e a mangiare. Mentre, fuori, i coloni continuavano a costruire e i profughi palestinesi a litigare per l’acqua potabile.
Leonard Berberi